… Continua

“Solo il rumore del motore e il fischio dell’aria che scivola sulla superficie del mio aereo. Mi sento in pace con me stesso, libero, calmo, pronto a fare ciò che mi aspetta e che ho deciso di fare. Guardo la spiaggia deserta, controllando eventuale presenza di persone o di altri aerei a bassa quota (ultraleggeri) che non hanno l’obbligo di comunicazione con la torre. Nessuno, solo qualche persona che porta a spasso il cane e che in questo momento alza la testa verso il cielo per vedere chi diavolo è che rovina la pace della loro passeggiata. Ignari spettatori dello show che mi appresto a recitare, io, unico attore sul palcoscenico. Dò motore e salgo di quota, virando di centottanta gradi per riportare la prua da dove sono venuto, visto che la spiaggia è quasi finita. Salgo a duemila piedi e imposto il primo numero. Lo stallo.
Porto la manetta al minimo, l’aereo si azzittisce, mantengo l’assetto nonostante lui voglia puntare il muso verso terra, dato che la velocità sta scendendo. Contro il suo volere lo obbligo a star lì, ali parallele all’orizzonte onde evitare di entrare in uno stallo d’ala, che mi porterebbe in una quantomeno indesiderata vite. La velocità coninua a scendere man mano che la forza che applico alla cloche aumenta, alzando il muso del velivolo sopra l’orizzonte. Fatica. Inizio a sudare. Bene!
Il mondo sembra rallentare in quegli istanti, sempre più, fino a fermarsi. L’avvisatore di stallo inizia a suonare. Ci siamo. Ancora qualche secondo…dai…stai con me, non cadere…mi sembra di essere completamente fermo, in realtà sto viaggiando a cento chilometri all’ora, il silenzio mi avvolge. Ora. L’aereo inizia a tremare tutto: eccolo, è lui, lo stallo. La velocità è troppo bassa per il sostentamento aerodinamico dell’aereo, la portanza viene a mancare. Un’ultimo strattone e l’aereo cade giù, fregandosene dei miei comandi. Non posso nulla contro la fisica ed i principi del volo, allora allento la presa, lo lascio andare, mi lascio cadere nel vuoto, sempre più a picchiare l’assetto del velivolo, la velocità aumenta, torna a valori di sicurezza, l’aereo riprende il volo, diminuendo il suo picchiare, riprendendo naturalmente l’assetto orizzontale. Di nuovo a me la cloche, lo sforzo a tornare su, manetta sempre al minimo, cerco un altro stallo, ora ci mette di meno ad arrivare, perchè le velocità sono inferiori; e di nuovo mi ritrovo fermo nell’aria, ad ascoltare solo il sibilo della stessa, e poi giù, di nuovo, dopo lo strattone, una serie di salite e discese naturali, principio assoluto del volo, della portanza e della sua correlata velocità, del mio lavorare di braccia e piedi per tenere l’aereo orizzontale. Dopo il terzo stallo, e una perdita totale di circa mille piedi, piano piano riporto la manetta su, facendo rombare il motore che nel frattempo sembrava essersi assopito. E senza aspettare, senza riposare, dando sfogo al mio istinto, piego violentemente la cloche a sinistra, inducendo l’aereo in una virata maggiore ai sessanta gradi. Dò motore per non perdere quota, sento la forza dei G che mi schiaccia la testa verso il basso, in pochi secondi ho di nuovo invertito la prua. Ricompongo l’aereo, facendogli prendere un assetto di volo orizzontale, quota fissa mille piedi, riporto la manetta a valori normali, un giro rapido di controllo agli strumenti, per verificare che non ci sia nulla di anomalo dopo le manovre inusuali a cui lo ho sottoposto. Tutto in arco verde. Solo la girobussola è fuori di cinque gradi, normale effetto della precessione giroscopica. Regolo anche quella, riprendo fiato. Nonostante la temperatura esterna sia di poco superiore ai cinque gradi, sto sudando come un maratoneta dopo un’ora di corsa. Evidentemente sono un po’ fuori allenamento. Decido di fare un simulato, ovvero tentare un atterraggio d’emergenza mantenendo il motore al minimo. E di nuovo la mia mano toglie respiro al motore, lo fa azzittire, guardo fuori, giù, tutto nella norma. Le persone ora si sono radunate in un piccolo gruppo, proprio sotto di me. Adesso vi faccio morire. Assetto a scendere, fino a raggiungere la velocità di massima efficenza. Conto di raggiungere terra in un tre e sessanta completo, quindi imposto la virata, lenta, ho tre minuti circa prima dell’ipotetico contatto. Mantengo i parametri, i miei occhi che inseguono gli strumenti, sempre lo stesso giro: prua, quota, velocità, assetto, variometro, uno sguardo fuori e di nuovo prua, quota, velocità, e via dicendo. Ho da poco passato la metà della virata, l’altimetro mi indica circa cinquecento piedi in diminuzione. Perfetto, la matematica non è un’opinione e io sono esattamente al punto dove mi aspettavo di essere. Accendo le luci d’atterraggio, imposto la restante virata e mi tengo pronto con una mano sulla manetta per dare motore in caso di necessità. Duecento piedi, si scende ancora, mi allineo con l’ipotetica pista di fortuna, la spiaggia, credo che la gente laggiù sia un po’ più preoccupata ora… ancora giù, imposto l’atterraggio, flap, assetto e velocità…perfetto, la quota raggiunge i cinquanta piedi, quindici metri…praticamente sono a terra. Raddrizzo l’aereo, dò tutto motore e salgo. Il motore, elastico e potente, risponde subito, dandomi una sensaziona pari al decollo…solo che stavolta non stiamo partendo da terra, bensì dall’aria!! Riprendo quota salendo in spirale, raggiungo i mille piedi, prua contraria al rientro, e via, di nuovo metto l’aereo a coltello e lo costringo ad un’altra virata da acrobata, lui risponde pronto, quasi non volesse deludermi, cinque secondi esatti e sono di nuovo orizzontale, allineato per il rientro.
“Ronchi Torre, l’India-Tango-Echo lasciando la zona di Lignano per il rientro, riporterà con campo in vista”
“India-Tango-Echo, ricevuto, riportate entrando sul sentiero per la zero-nove”. Sollievo nella voce del controllore, la mia comunicazione significa che tutto è andato per il meglio, che non ho combinato danni, che presto il suo incubo fuori programma finirà, non appena appoggerò le ruote per terra.
Ma prima di andarmene, da buon attore, vorrei salutare il mio piccolo pubblico, e così punto di nuovo il muso verso il basso, raggiungendo i duecento piedi, mi allineo, diminuendo la mia velocità, e iniziando una serie di destra-sinistra con le ali, come ad imitare un saluto. Mi sembra di vedere qualcuno alzare una mano, laggiù, ma non ne sono certo. Amen, riprendo quota per il rientro…per oggi è finita…respiro piano e mi accorgo di essere più…leggero…non sono più arrabbiato, la giornata forse non è tanto male, mi dico. E un timido raggio di sole si fa spazio fra le nuvole, proiettando la mia piccola ombra in mare. Sorrido…è la mia vita, dico fra me e me…è così che deve andare…”

Alla prossima puntata di “Sensazioni di Volo”

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