Continua

“Ritorno alla realtà nel momento stesso in cui l’aereo stalla, dando uno scossone violento alla struttura. Inavvertitamente non mi ero reso conto che l’assetto era ancora a salire, ma non avendo motore la velocità è scesa fino al punto critico, lo stallo. Cerco di controllarlo, abbasso il muso in modo da fargli riprendere un po’ di corsa, in modo che si stabilizzi. Finalmente la mia testa ha ripreso a funzionare, ora vedo davanti agli occhi le operazioni che devo fare, calcoli e settaggi da impostare pe runa discesa d’emergenza. Valuto la possibilità di provare a riaccendere il motore, ma lo spazio che mi separa da terra è troppo poco, avrò poco più di due minuti prima del contatto. Guardo fuori, davanti a me vedo il campo di Belluno, con la sua pista in erba, corta e stretta, con alberi a fondo pista, su un lato. Calcolo a mente le distanze, occhio e croce dovrei arrivarci…se ho sovrastimato lo spazio, vuol dire che lavorerò di flap per ridurre lo spazio d’atterraggio, se invece l’ho sottostimata allora vorrà dire che atterrerò nel campo di mais prima della pista. In entrambe le situazioni, direi meglio che non finire stampato su un fianco della montagna. Maledizione, una piantata motore in montagna, la peggiore delle condizioni. E vorrei sapere il motivo. Giuro che se arrivo sano e salvo a terra smonto a pezzi quest’aereo tipo mattoncini Lego finchè non trovo la causa del guasto. E giuro che la trovo.
Ma prima devo pensare ad arrivare a terra…è incredibile come il tempo si dilati in certe situazioni…un secondo sembra un minuto, un minuto un’ora e così via… per certi aspetti è meglio, hai la sensazione di avere più tempo per riprendere il controllo della situazione. Quando non ci riesci, invece, speri solo che il tempo passi il più veloce possibile.
Apro la radio, tiro un respiro e parto con la mia preghiera. “Belluno, May-Day, May-Day, May-Day, India-Alpha-Sierra-Bravo-Tango, duemila piedi in diminuzione, campo in vista, abbiamo il motore off, tentiamo atterraggio d’emergenza sulla vostra pista”
Silenzio…possibile che non ci sia nessuno oggi??
Sto per riprovare a chiamare, quando una voce esce gracchiante dalle cuffie: “India-Bravo-Tango, confermate il may-day?”
“Confermato, India-Bravo-Tango”
“Riportate quota e distanza dal campo”
“Milleottocento piedi, tre miglia a occhio”
“India-Bravo-Tango, la zona è in sicurezza, nessun velivolo nei paraggi, scendete pure, pista libera”
“Ricevuto” …sempre che ci arrivo, alla pista. Controllo delicatamente l’aereo, facendo in modo di non modificare troppo l’assetto per non destabilizzarlo. Portare a terra una macchina da 600 Kg con la sola forza di sostentamento dell’aria non è tanto semplice…anzi, per niente semplice.
Piano, con delicatezza, sblocco il carrello per farlo uscire…lo sento scendere per gravità, poi lo aiuto con un colpo di pompa d’emergenza per il blocco finale. Sento chiaramente il colpo secco del blocco che si innesta, bene, almeno il carrello è a posto.
“Belluno, India-Bravo-Tango in corto finale, millequattrocento piedi, pronti al contatto, spegnamo le utenze”
“Ricevuto, vi aspettiamo”
Come da procedura, chiudo la valvola del serbatoio, spengo tutte le utenze elettriche di bordo ed escludo la batteria, onde evitare un possibile incendio derivante da un atterraggio troppo duro. La terra si avvicina, ormai ci siamo, mancano pochi secondi al contatto, la cintura di sicurezza è allacciata, sblocco la porta d’uscita, casomai dovessi abbandonare l’aereo in fretta, fisso gli occhi sulla pista che si avvicina, sembra quasi volermi tirare a sè…freno l’istinto di tirare il volantino a mè e far salire l’aereo: sarebbe una mossa fatale, significherebbe stallare violentemente e schiantare l’aereo al suolo. Sto sudando ancora, ormai sono completamente fradicio, le mani scivolano sui comandi, le stringo ancora di più mentre vedo la terra assorbirmi in maniera inevitabile, stringo i denti aspettando il moemento fatidico, passo sopra la soglia pista, il traguardo, “ora devo buttarlo giù, se non voglio arrivare lungo e piantarmi sui pini”, mi dico. Forzo l’aereo a scendere ancora, mancheranno si e no venti centimetri, ma il cuscino d’aria che si crea sotto le ali in atterraggio non vuole lasciarmi toccar terra. Vai, vai, vai, vai, vai…un sobbalzo, ho toccato. Pianto i piedi sui freni, pregando perchè funzionino. L’aereo smaltisce la sua velocità sull’erba leggermente dissestata della pista di Belluno, poi si ferma.

Silenzio.

Il mio respiro.

Ce l’ho fatta…appoggio la testa allo schienale e chiudo gli occhi. Rivedo gli ultimi minuti appena trascorsi, saranno stati cinque, sei, non di più…ma che intensità! Qualcuno bussa al finestrino, apro gli occhi e gli faccio segno che è tutto ok, poi sgancio la cintura di sicurezza e scendo dall’aereo, respirando l’aria fresca di montagna. Non ho ancora messo i piedi per terra che già la sigaretta accesa pende dalle mie labbra, direi che me la sono meritata.
Forse è meglio se telefono al proprietario del velivolo e lo avviso che non è il caso che mi aspetti alzato, stasera, tanto non arriverò.
E meno male che doveva essere
un volo come un altro…”

Alla prossima puntata di “Sensazioni di Volo” dal titolo: “Weekend di riposo”

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3 thoughts on “Un volo come un altro (2)

  1. Perché sul “continua” all’inizio non metti il link alla prima parte del racconto?

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